sabato 15 dicembre 2007

Avere e consumare.

Incorporare una cosa, ad esempio mangiando o bevendo, costituisce una forma arcaica di possesso della cosa stessa. In una certa fase del suo sviluppo, il bambino mostra la tendenza a mettersi in bocca le cose che desidera; si tratta della forma infantile di presa di possesso, che si manifesta allorché lo sviluppo fisico del bambino non è ancora sufficiente a permettergli altre forme di controllo di quei possessi. Lo stesso rapporto tra incorporazione e possesso è reperibile in molte forme di cannibalismo. A esempio, divorando un altro essere umano ne acquisisco i poteri (per tale motivo, il cannibalismo può essere l'equivalente magico dell'acquisizione di schiavi); mangiando il cuore di un uomo valoroso, ne acquisisco il coraggio; mangiando un animale totemico, faccio mia la sostanza divina simboleggiata dall'animale totemico stesso. Com'è ovvio, la stragrande maggioranza degli oggetti non possono venire fisicamente incorporati (e, nella misura in cui potrebbero esserlo, andrebbero nuovamente perduti in seguito al processo di eliminazione). Ci sono però anche incorporazioni simboliche e magiche. Se credo di aver incorporato l'immagine di un dio, di un padre o di un animale, essa non può né essermi portata via né eliminata; inghiotto simbolicamente l'oggetto e credo nella sua presenza simbolica dentro di me. È, così, per fare un esempio, che Freud spiegava il Super-io: quale introiettata somma totale delle proibizioni e comandamenti del padre. Un'autorità, un'istituzione, un'idea, un'immagine, possono essere introiettate allo stesso modo: io le ho, per sempre protette e difese, per così dire, nelle mie viscere. (« Introiezione » e « identificazione » sono spesso usati come sinonimi, ma è difficile stabilire se costituiscono davvero lo stesso processo. Comunque sia, non si dovrebbe usare a casaccio il termine « identificazione », laddove sarebbe più opportuno parlare di imitazione o subordinazione). Si danno molte altre forme di incorporazione che non sono collegate a bisogni filosofici e pertanto non sono limitate. L'atteggiamento implicito nel consumismo è quello dell'inghiottimento del mondo intero. Il consumatore è un eterno lattante che strilla per avere il poppatoio: una condizione che assume ovvia evidenza in fenomeni patologici come l'alcolismo e l'assuefazione alle droghe. A quanto sembra, isoliamo entrambe queste due forme di tossicomania perché i loro effetti interferiscono con i doveri sociali della persona che ne è affetta. Il tabagismo non è allo stesso modo effetto di censura perché, pur essendo anch'esso una tossicomania, non ostacola le funzioni sociali del fumatore, ma ha effetti, eventualmente, « soltanto » sulla durata della sua esistenza. Più avanti, ci occuperemo ancora delle molte forme di consumismo quotidiano; qui, mi limito a rilevare che, per quanto riguarda il tempo libero, automobili, televisione, viaggi e sesso costituiscono i principali oggetti dell'odierno consumismo; ne parliamo come di attività del tempo libero, ma faremmo meglio a definirle passività del tempo libero. Per riassumere: consumare è una forma dell'avere, forse quella di maggior momento per l'odierna società industriale opulenta. Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l'ansia, perché ciò che uno ha non può essergli ripreso; ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante. I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo.
Erich Fromm (da: Avere o essere?)

domenica 9 dicembre 2007

Scritte e rettifiche (Palermo)

Come sono nati certi partiti già prima del "berlusconismo"

Il Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ) fu un movimento e, successivamente, un partito politico italiano sorto attorno all'omonimo giornale (L'Uomo qualunque) fondato a Roma nel 1944 dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini. Il 27 dicembre 1944 viene fondato e diretto da Guglielmo Giannini un nuovo settimanale, battezzato L'Uomo qualunque. Il successo di questa pubblicazione si riscontra nelle tirature: dalle 25.000 del primo numero, si arriverà alle 850.000 del maggio del 1945. Lo scopo dell'ideatore era quello di dare voce alle opinioni dell'uomo della strada, contrario al regime dei partiti e ad ogni forma di statalizzazione. Fin dal primo numero la posizione del settimanale è chiara; contraria al fascismo, di cui condanna il centralismo decisionale, ma anche al comunismo e agli antifascisti di professione, accostati al primo fascismo per l'accento epurazionista dei primi anni del dopoguerra. Per queste posizioni ben definite il giornale viene considerato filo-fascista. Per questo motivo verrà chiesta a più voci la soppressione della testata. Il 5 febbraio 1945 Giannini viene denunciato dall'alto commissario dell'epurazione, Grieco, senza esito alcuno. Giannini, di matrice liberale e liberista, affermava: "Non esiste e non può esistere una politica di massa", come ebbe a scrivere nel 1945. L'accelerazione alla nascita di un partito di massa viene però a crearsi con il governo di Ferruccio Parri, insediatosi il 21 giugno del 1945. Il neo Presidente del Consiglio viene accusato dal settimanale di Giannini di essere inadeguato per la carica ricoperta. Il successo di questa iniziativa è tale che, spontaneamente, numerosi simpatizzanti si uniscono in gruppi definiti amici dell'Uomo qualunque, che assumono il nome di nuclei qualunquisti. Alla formazione dei nuclei qualunquisti, seguono la nascita di sedi sparse nella penisola italiana, tesseramenti e fondazioni di segreterie. In un primo momento Giannini cerca di confluire questa adesione popolare nel Partito Liberale Italiano, ma l'opposizione di Benedetto Croce fa naufragare questo progetto. A seguito di questo rifiuto, Giannini decide di fondare il suo partito. Il primo congresso del neonato Fronte dell'Uomo qualunque si tiene a Roma tra il 16 ed il 19 febbraio del 1946. Il Fronte dell'Uomo qualunque concepisce uno Stato non di natura politica, ma semplicemente amministrativa, senza alcuna base ideologica. Uno stato tecnico che funga da organizzatore di una folla e non di una nazione. Secondo Giannini per governare : "basta un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione". Da questa visione ne deriva che lo Stato deve essere il meno presente nella società. L'economia deve essere lasciata totalmente ai privati in un sistema totalmente liberista. Se ciò non fosse lo Stato diverrebbe etico, e secondo Giannini da questa eticità ne deriverebbe l'oppressione del libero pensiero del singolo, fino ad arrivare ad una visione imperialista dell'organizzazione centrale. I punti cardini sono quindi:

  • Lotta al comunismo
  • Lotta al capitalismo della grande industria
  • Propugnazione del liberismo economico individuale
  • Limitazione del prelievo fiscale
  • Negazione della presenza dello Stato nella vita sociale del paese

Il 2 giugno 1946 si tengono le elezioni nazionali per la nascita dell' Assemblea Costituente. Il Fronte dell'Uomo qualunque ottiene 1.211.956 voti, pari al 5,3% delle preferenze, diventando il quinto partito nazionale, dopo la Democrazia Cristiana, il PSIUP, il Partito Comunista Italiano e l' Unione Democratica Nazionale . Vengono assegnati al partito di Giannini 30 deputati. A Parri succede alla guida del Governo Alcide De Gasperi che attacca duramente la formazione di Giannini, definendola filofascista. Oltre ai grandi partiti radicati nel territorio, anche la Confindustria guidata da Angelo Costa è ostile al Fronte dell'Uomo qualunque, per gli attacchi ricevuti da Giannini su presunti accordi tra la grande industria ed il sindacato, controllato dai comunisti. Nel 1947 il partito qualunquista ricopre un ruolo fondamentale per la nascita del terzo governo di De Gasperi. Giannini accetta l'accordo per potere estromettere sia i socialisti che i comunisti dal varo della nuova compagine governativa. Questo avvicinamento alla Democrazia Cristiana rappresenterà però la fine del successo popolare del Fronte dell'Uomo qualunque. I sostenitori delusi dal nuovo posizionamento dichiaratamente governativo abbandonano il partito. Quest'ultimo si scioglierà nel volgere di pochi anni, confluendo nelle sue componenti maggioritarie nel Partito Nazionale Monarchico e nel neonato Movimento Sociale Italiano. Il termine qualunquismo, poi rimasto nel lessico politico con evidente accezione negativa, definisce atteggiamenti di sfiducia nelle istituzioni democratiche, di diffidenza e ostilità nei confronti della politica e del sistema dei partiti, di insensibilità agli interessi generali, che si traducono in opinioni semplicistiche e sostanzialmente conservatrici sui problemi dello stato e del governo. In verità il movimento era tutt'altro che disinteressato ed insensibile alla vita politica del Paese, ma piuttosto sfiduciato dal sistema partitocratico e dallo scarso interesse che la politica mostrava verso i reali problemi della gente, dell'uomo qualunque appunto. Nella cultura francese esiste un termine analogo, poujadisme.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

domenica 18 novembre 2007

Tabella di antiche e nuove misure (Prizzi)

L'orologetto

Ve’ quest’argenteo ____ orologetto
____ ch’io tengo al petto?
Ei per man d’abile _____ umano ingegno,
_____ chiude un congegno,
Che d’ogni lugubre_____ oretta o lieta
­­­_____ giunge a la meta,
ei sa ripetere _____ ben quasi muto
_____ ogni minuto
e ti dilucida _____ de le diurne
_____ ore e notturne.
Ma, se combinasi _____ che il mero ordigno
_____ divien maligno:
mai più non mirasi _____ girar, sen muore,
_____ non segna l’ore,
però, se portasi _____ a un operaio
_____ ritorna gaio,
e come al solito _____ girar si vede:
_____ e va e riede.
Non è consimile _____ ma l’è più strana
_____ la prole umana,
se de la semplice _____ fragile vita
_____ ell’è sortita:
mai più non vedesi _____ più non si scorge
_____ non più risorge.

Giuseppe Vittorio Tirrito (Castronovo di Sicilia: 1903 - poesia inedita) 
 

Divieto di sosta ambo i lati (Burgio)

Un vecchio proverbio recita: "Amici e guardati!"


Intanto, al “Comando”, restarono ad operare i “personaggi fidati”. I canali che interessavano continuavano a rimanere, quindi, sotto controllo e non potevano sfuggire ad un’informativa capillare, poiché era stato predisposto tutto affinché passassero sotto vaglio i flussi di corrispondenza dell’intero comando, ma poiché il diavolo ci mette sempre la coda, accadde l’imprevisto (continua)

mercoledì 14 novembre 2007

Talvolta anche i santi traslocano (Adrano)

Scritti sempreverdi

«Buongiorno ingegne'. Bella giornata oggi, non è vero?» mi dice Salvatore mentre sto per uscire dal portone. «Non sembra proprio che stiamo a dicembre.»«Veramente bella, Salvato', quasi quasi mi levo pure il cappotto.»«E quello il Signore, come si dice, dove vede la neve, ovverosia il bisogno, spande il sole.»«Be', perlomeno quello.»«A proposito di bisogno ingegnè, adesso parlando parlando mi distraevo. Sapete che ora e'?»«Sono le nove e cinque.»«E allora devo andare a svegliare il baroncino De Filippis. Perche' non mi accompagnate un momento pure voi?»«A svegliare il baroncino De Filippis?»«Sì, ma non a casa sua. Andiamo dietro al palazzo e lo chiamiamo da sotto alla finestra, quello abita al primo piano. Voi dovete sapere che io ricevo dal baroncino De Filippis tremila lire al mese per svegliarlo tutte le mattine alle nove precise ad eccezione della domenica.»«Ma non capisco, non sarebbe più semplice per lui usare una sveglia?»«E no, ingegnere! La sveglia non sarebbe assolutamente adatta allo scopo.»«E perche'?»«E perche' adesso ve lo spiego» risponde Salvatore avviandosi verso il cortile del palazzo. «Voi dovete sapere che il baroncino studia all’Universita'. Sissignore fa Legge vuole che qualcuno lo chiami ogni mattina alle nove perché lui si deve mettere a studiare se no non si laurea.»«Ma io penso che uno alle nove potrebbe pure svegliarsi naturalmente da solo. Avesse detto le sei lo avrei potuto pure capire.»«Sì, avete ragione, pero' il baroncino e' purtroppo, come dire, un poco scafatiello (intraprendente), non so se avete capito: gli piacciono le donne» dice sorridendo con malizia Salvatore. «E cosi' va a finire che la notte si ritira alle due e qualche volta pure alle tre; e già perche' lui va a ballare alla Mela: e' veziuso (vizioso)!» «Parlando parlando siamo intanto giunti sotto la finestra dove evidentemente dorme il nostro viveur. A questo punto Salvatore, con voce bassissima, quasi un sussurro, finge di gridare:«Baroncino... Baroncino De Filippis... sono le nove... Avvocato... svegliatevi... Sono le nove.»«Ma Salvato', se non gridate un poco più forte quello non vi puo' sentire!»«E' logico ingegne' che non mi puo' sentire. Ma se io grido, il baroncino si sveglia veramente e poi se la prende con me.»«Ma allora che siete venuto a fare sotto la finestra?»«Ingegne', voi non avete capito proprio niente!» spiega pazientemente Salvatore. «Io, come vi ho detto prima, ricevo tremila lire al mese per venire tutte le mattine alle nove precise sotto alla finestra del baroncino e per fare un tentativo di sveglia, faccio il mio dovere e me ne vado. Il baroncino da parte sua, dando l’ordine di venirlo a svegliare ogni mattina alle nove, ha pure lui dimostrato, come dire, una certa buona volontà e si è messo a posto con la coscienza. Voi avete fatto da testimone. Insomma diciamo così che stiamo tutti a posto.»

Luciano De Crescenzo (Cosi' parlo' Bellavista - ed. Mondadori 1977)

lunedì 12 novembre 2007

Il vecchio e il nuovo (Caltagirone)

Il transfuga.


Negli ultimi tempi era stato molto attivo e particolarmente severo nei confronti di taluni soggetti vigilati, mai visto tanto livore. Aveva disposto affinché fossero effettuati approfondimenti per una serie d’interventi riguardanti talune problematiche ora attenzionate e di cui forse aveva appreso dettagli nel corso d’occasionali colloqui avuti durante gli incontri in salotti cittadini. Il Capocircoscrizione, che era avvezzo a frequentare l’alta borghesia e ambienti vicini alla Dogana, conosceva, infatti, molti gestori dei più distinti locali controllati e mostrava sempre interesse alle notizie che era d’uso apprendere nel corso degli incontri conviviali. Apprezzava i grandi vini ed in quel periodo mostrava un particolare “riguardo” verso i responsabili della Nuova Cantina (continua)

martedì 6 novembre 2007

Annunci a basso costo (Nicosia)

Scritti sempreverdi

E. «L'Egoismo un giorno inventò il Mercato, ovvero un meccanismo spietato nel quale l'uomo, per raggiungere la vetta, è costretto a salire sulle spalle degli altri. Chi vuol sopravvivere in questo tipo di società deve aguzzare l'ingegno e non avere scrupoli. Così facendo, diventerà ricco e, senza volerlo, finirà col far diventare ricca anche la "Polis". Pazienza se nella lotta cadranno i più deboli: il Mercato non è fatto per loro. Che si arrangino altrove!»
D. «E questa sarebbe la Destra. Detta così, non mi sembra un gran cosa!»
E. «E difatti non lo è. Dal polo opposto, però, si affaccia Eros, il Dio dell'Amore e della Solidarietà. Eros assiste i deboli e fa in modo che tutti abbiano il necessario per vivere. Sarà lo Stato, come una grande Mamma, a garantire uno stipendio in ogni famiglia. In un mondo siffatto l'uomo comune, in assenza d'incentivi, si adagia, diventa un parassita, e fa diventare povera anche la "Polis".»
D. «Oddio, nemmeno la Sinistra mi sembra che ne esca bene. A sentire te, nessuno dei due modelli risolve i problemi di una comunità.»
E. «Tutti e due insieme sì, però, sempre che siano opportunamente sorretti dal "Logos". Sarà il "Logos", infatti, ora moderando la Destra, ora incentivando la Sinistra, ad aggiustare il tiro.»
D. «A questo punto è d'obbligo una domanda: Eraclito è di Destra o di Sinistra?»
E. «Parlo, parlo, e tu non mi senti. Continui a essere qui e altrove. Il tuo problema, giovane amico, è quello di catalogarmi, e nella tua rozzezza non possiedi altri elementi di giudizio per orientarti, se non la suddivisione del mondo in Destra e Sinistra.»
D. «Ma perché: cosa ho detto di male?»
E. «Beh, se mi chiedi a quale partito io appartenga, vuol dire che non hai capito nulla di quello che ti ho detto. Appartenere a un partito equivale ad avere una fede, e io ho solo fede nel fatto di non avere una fede. La mia risposta, quindi, non può essere che questa: sono di Destra e di Sinistra contemporaneamente, giacché la Destra non esisterebbe senza la Sinistra e la Sinistra non avrebbe ragione d'essere senza la Destra. Così come le vedo io, la Sinistra crea la Destra nel medesimo tempo in cui la Destra crea la Sinistra, ma per ottenere la vera armonia è necessario che ci siano entrambe.»
D. «Ho capito: è come quando ci si fa la doccia.»
E. «Che cos'è la doccia?»
D. «E' un dispositivo idraulico per lavarsi: ha due manopole, una per l'acqua calda e una per l'acqua fredda. Manovrando, ora l'una ora l'altra, è possibile ottenere la giusta temperatura. Il problema piuttosto è un altro: chi deve manovrare le manopole?»
E. «Il Manovratore.»
D. «E non vorresti essere tu il Manovratore?»
E. «Io non sono il "Logos", e poi non ho stima dei politici. Li considero esseri inferiori: troppo sensibili alle lusinghe del Potere, del mordi e fuggi, del prendi adesso che domani è già tardi. Quale differenza con i filosofi, che hanno scelto di riferirsi alla morte!»
D. «Ma che cos'è il Potere?»
E. «E' uno di quei desideri, per il quale l'uomo è disposto a tutto, anche a pagare con l'anima. Quand'ero giovane, sono stato oplita, ho combattuto contro i Persiani. Ricordo che nella nostra falange c'era un certo Erasto che provava un vero e proprio godimento nel maltrattare i propri sottoposti. Non era un generale (comandava sì e no cinque uomini), eppure li faceva vivere in un clima di continuo terrore...»
D. «...noi uno così lo chiamiamo "caporale".»
E. «Ebbene, sai che ti dico? Che nella vita, o si è uomini o si è caporali!»
D. «Questo lo diceva anche Totò.»
E. «Un altro filosofo?»
D. «Beh, sì, in un certo senso...»
E. «Insomma, come esiste una libidine del sesso, così esiste una libidine del Potere, solo che quest'ultima è di gran lunga più forte. Ad Atene, molti anni fa, Solone, proprio per evitare che la voglia del Potere potesse impadronirsi dei politici, al posto delle elezioni introdusse il sorteggio. L'idea, a mio avviso, era giusta: che anche gli Dei si prendano le loro responsabilità nella scelta degli arconti!»
D. «Raccontami di Solone: come organizzò la Costituzione degli Ateniesi?»
E. «Divise i cittadini, in base al censo, in quattro classi distinte: i pentacosiomedimni, i cavalieri, gli zeugiti e i teti. Come a dire i ricchi, i quasi-ricchi, i quasi-poveri e i poveri. Ciascuna tribù era tenuta a proporre dieci nominativi, ed era tra questi ultimi che avveniva il sorteggio.»
E. «Si scrivevano i nomi dei candidati sulle fave e si facevano estrarre da un fanciullo bendato i nove uomini che avrebbero dovuto governare la "Polis".»
D. «E come andò a finire?»
E. «A essere sinceri, non benissimo: Solone, una volta consegnata la Costituzione, se ne andò in Egitto, e gli Ateniesi più ricchi ne approfittarono per cambiarla a proprio uso e consumo. I poveri furono subito estromessi dai sorteggi e le altre classi crearono tre gruppi di Potere...»
D. «Come dire, Destra, Centro e Sinistra?»
E. «Proprio così. La Destra era comandata da un certo Licurgo, un politico molto potente che aveva dalla sua gli uomini più facoltosi di Atene. Il Centro, invece, scelse come capo Megacle, e la Sinistra, cioè il partito dei quasi-poveri, Pisistrato.»
D. «Quindi alla fine comandò Licurgo?»
E. «No, perché nel frattempo Pisistrato si sposò con la figlia di Megacle e, una volta diventati parenti, i due si allearono e fecero fuori Licurgo.»
Luciano De Crescenzo (Tratto da: Panta Rei - Ed. Mondadori - Nov. 1994)

Senza intermediari (Isola delle Femmine)

Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica.


"Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale" ................ "Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire. La sovranità gli viene lasciata solo quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria amministrazione. Vi immaginate voi una guerra proclamata per referendum? Il referendum va benissimo quando si tratta di scegliere il luogo più acconcio per collocare la fontana del villaggio, ma quando gli interessi supremi di un popolo sono in gioco, anche i Governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo stesso."

Benito Mussolini (Preludio al Machiavelli - Gerarchia dell'aprile 1924. vol. IV, pagg.109-110).

Myanmar: contemplazione e speranze.

venerdì 2 novembre 2007

Giacomo Leopardo e il problema cittadino: “LA FAVORITA”.

Il film Johnny Stecchino, felice performance dell’attore comico Roberto Benigni, individua nel traffico cittadino il principale problema di Palermo. In verità, anche se l’ironico paradosso cinematografico indica il “virus” più comune e tipico degli affollati agglomerati urbani, sono ben altre problematiche che inquinano l’inossidabile mondanità locale.
Nell’atavica ignavia di un contesto civico felicemente stigmatizzato dal romanziere Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, si alimenta una pubblica amministrazione ove prevale l’arte del tirare a campare, la raccomandazione e un’arroganza che talvolta sfiora angherie da malaffare (continua)

martedì 30 ottobre 2007

Scritti sempreverdi

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a'capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
Poi cominciò: "Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
Io non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.
Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
m'avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand'io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarciò 'l velame.
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".
Perciò non lacrimai né rispuos'io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo uscìo.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
Queta'mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno".
Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co'denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.
Dante Alighieri: Divina Commedia (Inferno: Canto XXXIII)

Messaggio amoroso