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lunedì 28 ottobre 2013

IL DEPOSITARIO E IL GIURAMENTO


Un tale aveva ricevuto un deposito da un amico e contava di non restituirglielo. E poiché l’amico lo invitava a prestar giuramento, a buon conto, partì per la campagna.  Giunto alle porte della città, vide uno zoppo che stava per uscirne, e gli chiese chi fosse e dove fosse diretto. Quello rispose che era il Giuramento e che andava a punire gli spergiuri. Allora egli gli domandò quanto tempo stava, di solito, prima di tornare in una città (continua)

Esopo (Favole) 


martedì 6 ottobre 2009

I DUE CANI

Un tale che aveva due cani ne addestrò uno alla caccia e allevò l’altro per guardia della casa. Quando poi il primo, andando a caccia, prendeva della selvaggina, ne gettava una parte anche all’altro. Allora il can da caccia, sdegnato, cominciò ad insultare il compagno, perché lui andava fuori, sobbarcandosi a continue fatiche, mentre l’altro godeva il frutto del suo lavoro, senza far nulla. Il cane domestico gli rispose: “Non con me devi prendertela, ma col nostro padrone, che mi ha insegnato, non a lavorare, bensì a sfruttare il lavoro altrui”.
Così non si possono biasimare i fanciulli pigri, quando li rende tali l’educazione dei loro genitori.
Esopo (Favole)

sabato 26 settembre 2009

IL CIGNO E IL SUO PADRONE


Dicono che i cigni si mettano a cantare al momento della morte. A un tale capitò di veder messo in vendita un cigno e, sentendo che era un uccello dal canto dolcissimo, lo acquistò. Un giorno che aveva ospiti a tavola andò ad invitarlo perché cantasse alla fine del banchetto, ma in quell’occasione il cigno rimase zitto (continua)


(Esopo (Favole)

sabato 19 settembre 2009

Il granchio superbo e il pavone


Perché a nessuno venga voglia di farsi bello con i beni altrui, ma piuttosto si contenti di vivere nei propri panni, Esopo ci ha lasciato questo esempio.

Un gracchio, gonfio di vanagloria, raccolse le penne che erano cadute a un pavone e se ne adornò tutto. Poi, disprezzando la sua razza, si unì a una bella schiera di pavoni. Ma questi strapparono le penne all'uccello impudente e lo cacciarono via a beccate. Il gracchio, malconcio, ritornò tutto afflitto tra i suoi simili, ma fu da loro espulso con grande biasimo. Uno di quelli che lui prima aveva disprezzato, disse allora: «Se ti fossi accontentato di stare con noi e avessi voluto accettare quello che ti aveva dato la natura, non avresti subito quell'oltraggio e ora non patiresti la sventura di questa espulsione».

Fedro (Favole)

mercoledì 16 settembre 2009

IL PESCATORE CHE BATTEVA L’ACQUA


Un pescatore pescava in un fiume. Dopo aver teso le reti e sbarrato la corrente dall’una all’altra riva, batteva l’acqua con una pietra legata a una funicella, perché i pesci, fuggendo all’impazzata, andassero ad impigliarsi tra le maglie. Vedendolo intento a quest’operazione, uno degli abitanti del luogo si mise a rimproverarlo perché insudiciava il fiume e rendeva loro impossibile di bere un po’ d’acqua limpida. E quello rispose: "Ma se non intorbido così l’acqua, a me non resta che morir di fame".

Così anche negli Stati, per i demagoghi gli affari vanno bene specialmente quando essi son riusciti a seminare il disordine nel loro paese.


Esopo (Favole)

giovedì 10 settembre 2009

LA VESPA E IL SERPENTE


Una vespa, posatasi sulla testa di un serpente, lo tormentava, pungendolo senza tregua col suo aculeo. Quello sconvolto dal dolore, non riuscendo a vendicarsi della sua nemica, cacciò la testa sotto la ruota di un carro sì morì lui insieme con la vespa.

La favola mostra che c’è della gente disposta a morire pur far morire i suoi nemici.

Esopo (Favole)

lunedì 7 settembre 2009

L'imbroglione


Un imbroglione s’era impegnato con un tale a dimostrare che l’oracolo di Delfi mentiva. Nel giorno stabilito, prese in mano un passerotto e, copertolo col mantello, andò al tempio, si fermò in faccia all’oracolo, e gli chiese se quel che teneva tra le mani respirava o no. Se gli fosse stato risposto di no, egli intendeva mostrare il passero vivo: se invece gli fosse stato detto che respirava, l’avrebbe strozzato prima di tirarlo fuori. Ma il dio, comprendendo il suo malizioso proposito, rispose: “Smettila, uomo, perché sta in te far sì che ciò che hai in mano vivo oppure morto”.

La favola insegna che la divinità non può esser colta in fallo.

Esopo (Favole)


I LUPI E LE PECORE


I lupi, che facevano la posta a un gregge di pecore, non riuscivano ad impadronirsene a causa dei cani che lo sorvegliavano, e allora decisero di ricorrere all’astuzia per raggiungere il loro scopo. Mandarono ambasciatori alle pecore, e chiesero la consegna dei cani, affermando che erano essi i responsabili delle loro relazioni ostili. Una volta che li avessero in mano, la pace avrebbe regnato tra di loro. Le pecore, senza sospettare quel che le aspettava, consegnarono i cani; e i lupi, una volta padroni di questi, sterminarono senza difficoltà il gregge rimasto indifeso.

Così anche quegli Stati che consegnano senza difficoltà i loro capi, senz’avvedersene sono tosto soggiogati dai nemici.

Esopo (Favole)

venerdì 21 agosto 2009

La volpe e il corvo

Chi si compiace di falsi elogi, di solito lo sconta e se ne pente, pieno di vergogna.

Il corvo aveva rubato da una finestra un pezzo di formaggio; appollaiato sulla cima di un albero, era pronto a mangiarselo, quando la volpe lo vide e si mise a parlargli così: «Che lucentezza hanno le tue penne, corvo! Che nobile portamento è il tuo e che volto! Se avessi una bella voce, nessun uccello sarebbe superiore a te».

Allora quello sciocco, mentre voleva esibire la sua voce, lasciò cadere dalla bocca il formaggio, che la volpe astuta fu pronta ad afferrare con i suoi avidi denti. Solo allora il corvo ingannato deplorò la sua stupidità.

(Con questa storia si dimostra quanto vale l'intelligenza; l'accortezza vale più della forza.)

Fedro (Favole)

sabato 13 giugno 2009

Il cervo alla fonte

Spesso si scopre che è più utile ciò che si disprezza di ciò che si loda; ne è prova questo racconto. Il cervo, dopo avere bevuto, rimase presso la fonte e nello specchio dell'acqua vide la sua immagine. E lì, mentre pieno di ammirazione lodava le corna ramose e criticava l'eccessiva sottigliezza delle zampe, atterrito dalle voci improvvise dei cacciatori, si mise a scappare per i campi e con rapida corsa sfuggì ai cani. Poi l'animale fu accolto dal bosco, dove le sue corna si impigliarono, e, così trattenuto, fu sbranato a poco a poco dai morsi feroci dei cani. Allora, sul punto di morire, dicono che abbia pronunciato queste parole: «Me infelice! Solo ora capisco quanto mi siano state utili le cose che disprezzavo, e quanto danno mi abbiano recato quelle che lodavo».

Fedro (Favole)

lunedì 1 giugno 2009

Il lupo e la volpe al tribunale della scimmia

Chi si è fatto conoscere una volta per un inganno vergognoso, anche se dice la verità, perde il credito. Lo dimostra questa breve favola di Esopo.
Il lupo accusava la volpe di furto; lei affermava di non essere nemmeno in prossimità della colpa. Allora la scimmia si sedette in mezzo a loro per fare da giudice. Dopo che ciascuno ebbe perorato la sua causa, la scimmia, a quanto si dice, pronunziò questa sentenza: «Tu non hai perso, a parer mio, quello per cui sporgi querela; tu hai rubato, credo, quello che sai negare così bene».

Fedro

venerdì 17 aprile 2009

Le rane chiesero un re

Nel tempo in cui leggi egualitarie facevano prosperare Atene, la libertà sfrenata sconvolse lo stato e l'anarchia sciolse i freni di un tempo. A questo punto, in seguito a un accordo tra le fazioni politiche, Pisistrato occupa l'acropoli e si fa tiranno. Gli Ateniesi piangevano la loro dolorosa schiavitù (non perché lui fosse crudele, ma perché è gravoso ogni peso per chi non è abituato) e quando presero a lamentarsi, Esopo raccontò loro questa storiella: Le rane, abituate a girare liberamente nei loro stagni, con gran chiasso domandarono a Giove un re che con la forza reprimesse la maniera sregolata di vivere. Il padre degli dei rise e diede loro un piccolo travicello che, appena gettato, atterrì con il suo tonfo e con il movimento improvviso dell'acqua la pavida genia. Le rane rimasero immerse nel pantano per un bel po' di tempo; quand'ecco che una, senza fare rumore, tira su la testa dallo stagno e dopo avere esaminato il re, chiama fuori tutte le altre. Quelle, lasciato ogni timore, a gara si precipitano nuotando e in massa, sfacciatamente, saltano sopra il pezzo di legno. Dopo averlo insozzato con ogni tipo di oltraggio, inviarono un'ambasceria a Giove per avere un altro re, perché quello che era stato dato era una nullità. Allora Giove mandò loro un serpente che con i suoi denti aguzzi cominciò ad afferrarle a una a una. Incapaci di difendersi, le rane cercano invano di sfuggire alla morte; la paura toglie loro la voce. Infine, di nascosto, affidano a Mercurio l'incarico di pregare Giove che le soccorra nella calamità. Ma il dio risponde: "Poiché non avete voluto sopportare il vostro bene, rassegnatevi a sopportare questo male». «Anche voi, cittadini", disse Esopo, "tollerate questo male, perché non ne venga uno maggiore".


Fedro



lunedì 23 febbraio 2009

La vacca, la capretta, la pecora e il leone

Non è mai sicura l'alleanza con il potente: questa favoletta dimostra la mia tesi.

La vacca e la capretta e la pecora rassegnata all'ingiustizia fecero società con il leone nei boschi. Dopo avere catturato un cervo bello grosso, a parti fatte, il leone parlò così: «Io mi prendo la prima perché mi chiamo leone; la seconda me la darete voi perché sono forte; poi, perché valgo di più, mi verrà la terza; se la vedrà brutta chi oserà toccare la quarta».
Così la prepotenza si portò via, lei sola, tutta la preda.

Fedro (Favole)




venerdì 10 ottobre 2008

Il lupo e l'agnello

Allo stesso rivo erano giunti il lupo e l'agnello spinti dalla sete; in alto stava il lupo e molto più in basso l'agnello. Ed ecco che il predone, stimolato dalla sua gola maledetta, tirò fuori un pretesto per litigare. «Perché», disse, «mi hai intorbidato l'acqua proprio mentre bevevo?». E il batuffolo di lana, pieno di paura, risponde: «Scusa, lupo, come posso fare quello che recrimini? È da te che scorre giù l'acqua fino alle mie labbra». Respinto dalla forza della verità, il lupo esclama: «Sei mesi fa hai sparlato di me». L'agnello ribatte: «Io? Io non ero ancora nato». «Perdio», lui dice, «è stato tuo padre a sparlare di me». E così lo abbranca e lo sbrana, uccidendolo ingiustamente.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con false accuse.

Fedro (Favole)




mercoledì 9 gennaio 2008

Differenze fra gestione pubblica e privata

Il cervo e i buoi
Un cervo, stanato dalla macchia, per sfuggire alla morte che i cacciatori gli minacciavano, accecato dalla paura, si diresse verso una fattoria lì vicina e si nascose nella stalla, trovata a proposito. Mentre se ne stava qui rimpiattato, un bue gli disse: «Cosa ti è venuto in mente, disgraziato, di correre spontaneamente incontro alla morte, affidando la tua vita alla casa degli uomini?». Ma lui, supplichevole: «Risparmiatemi almeno voi!», disse. «Alla prima occasione balzerò di nuovo fuori». Intanto allo spazio del giorno subentra via via la notte. Il bovaro porta del foraggio e non vede nulla. Poi vanno e vengono tutti i braccianti e nessuno lo nota: passa anche il fattore e neppure lui si accorge di nulla. Allora l'animale selvatico, pieno di gioia, si mise a ringraziare i placidi buoi, perché gli avevano offerto asilo nel momento della difficoltà. Uno dei buoi rispose: «Noi, sì, ti vogliamo sano e salvo; ma se verrà quello che ha cento occhi, la tua vita sarà in grande pericolo». Frattanto, dopo avere cenato, arriva il padrone in persona, e poiché poco prima aveva visto i buoi mal tenuti, si avvicina alla mangiatoia: «Perché c'è poco foraggio e manca lo strame? Cosa ci vuole a togliere queste ragnatele?». Mentre osserva attentamente le cose a una a una, scorge anche le alte corna del cervo; chiamata a raccolta la servitù, ordina di ucciderlo e si prende la preda.
Questa favola fa capire che il padrone vede più di ogni altro nella sua roba.

Fedro (Favole)