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mercoledì 27 gennaio 2010

«Purtroppo nessuno si mosse...»


"Mani Pulite poteva essere una rivoluzione pacifica, una semplice disinfestazione da espletare con tutti i crismi della legalità. Purtroppo nessuno si mosse perché il malaffare andava bene a tutti: a tutti coloro, voglio dire, politici e no, che vi erano implicati e che trovavano più comodo condividerne gli utili che assumere i rischi di una denunzia".

Indro Montanelli 24 luglio 1993


lunedì 7 settembre 2009

Nel 1963 Il grande inviato del «Corriere» raccontò ai lettori i primi «successi e fallimenti» della Cassa per il Mezzogiorno


Arrivò anche a Napoli per raccontare la Cassa per il Mezzogiorno la Lettera 22 di Indro Montanelli. Era il ' 63. Bisognava iniziare a tirare le somme per i primi quindici anni dell' istituto che sarebbero scaduti due anni dopo. E l' inviato speciale del Corriere della Sera lo fece a modo suo: con una serie di inchieste che anticiparono quello che sarebbe diventato il giudizio storico sull' operato della Casmez tornato in questi giorni alla ribalta per l' ipotesi di una sua rinascita. «Menichella aveva ragione, anche troppo. I suoi polli cedettero alla Cassa solo quando seppero che c' erano stati depositati i primi cento miliardi. Ma pensarono che si trattasse della Befana e tuttora molti di loro lo pensano perché da cent' anni sono abituati a non ricevere altro che Befane: un ponte qui, una strada là, un pò di appalti, qualche ufficio dalle attribuzioni vaghe che fornisse soltanto un pretesto alla distribuzione di qualche impieguccio» scrisse il giornalista di Fucecchio (continua)


Sideri Massimo


venerdì 5 giugno 2009

"La Stampa", l'intervista di Enzo Biagi ad Indro Montanelli

Prima parte
Biagi: Questa delle minacce di morte per te è quasi una cara consuetudine? Montanelli: Ma veramente non è una consuetudine, ma non vorrei che si esagerasse su questa minaccia. Ho ricevuto delle telefonate non tanto minatorie, quanto di sfogo, di insulti: le minacce erano sottintese, quindi non mi fanno nessunissimo effetto. Biagi: È convinzione abbastanza diffusa che a Maggio la vittoria toccherà a Berlusconi e ai suoi alleati. Montanelli: È una convinzione che io condivido in pieno. Io son convinto che il Polo vince: come vincerà, è un po' più da discutere. Biagi: E se il Cavaliere vince come si regolerà? Previti ha detto: «Non faremo prigionieri». Montanelli: Credo che Berlusconi si disferebbe volentieri di Previti se potesse, ma evidentemente non può perché ogni volta che Previti apre bocca Berlusconi perde qualche voto (continua)


"La Stampa", l'intervista di Enzo Biagi ad Indro Montanelli del 28/03/2001


giovedì 28 maggio 2009

QUELL’EDITORE LIBERALE CHE VOLEVA PRENDERE MONTANELLI A CALCI

“Adesso basta. A questi gli taglio i fondi... Vado al Giornale e batto i pugni sul tavolo. E se Indro fa le bizze. lo prendo a calci in culo”. E davvero un peccato che il nostro immenso Montanelli se ne sia andato prima di sentire, al processo contro Dell’Utri di Palermo, la registrazione delle telefonate intercettate il 27 agosto 1983 nelle quali Berlusconi parlava di lui. Si sarebbe fatto una risata. Per carità, le conversazioni non contengono una parola che sembri avere un rilievo giudiziario. Di più: recuperarle da un altro fascicolo processuale e farle sentire in aula è stata forse da parte dei giudici, provocati dall’insistenza con cui i difensori martellavano sull’assoluta «impermeabilità» dei giornali e delle tivù berlusconiane alle interferenze d’un editore profondamente liberale, una rasoiata. L’immagine che ne esce dell’ex Sua Emittenza destinata a diventare premier, però, è dispettosamente indimenticabile (continua)

SETTE - n. 15 - 10 aprile 2003

venerdì 17 aprile 2009

Indro Montanelli: "L'Italia di Berlusconi è la peggiore mai vista"

Sembra essere diventato il nemico numero uno del Polo. Berlusconi gli dà del bugiardo e dell'ingrato, Fini lo descrive come l'ennesimo giornalista "strumentalizzato" dalla sinistra, i giornali della destra portano il suo nome nei titoli di testa in prima pagina. La sua "colpa" è il tradimento: ha dichiarato di votare per il centrosinistra, ha partecipato alla trasmissione di Santoro, dove - capo d'imputazione gravissimo - ha persino dato ragione alla ricostruzione fatta da Marco Travaglio sulle vicende del Giornale. Indro Montanelli ha risposto con le sue armi: un editoriale al veleno sul Corriere della sera in cui restituisce l'accusa di mendacio al Cavaliere, gli replica punto per punto e chiosa: "Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito". Dopo l'articolo, da ieri mattina il suo telefono non ha fatto che suonare.
"La cosa più impressionante - racconta Montanelli - sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque una dopo l'altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, che è assolutamente introvabile. Dicevano tutte la stessa cosa: delle invasate che urlavano: lei che per vent'anni ha mangiato alla mensa di Berlusconi! (continua)

LAURA LAURENZI (26 marzo 2001)

martedì 14 aprile 2009

Aforismi di Indro Montanelli


Il sapere e la ragione parlano, l'ignoranza e il torto urlano.


Il bordello è l'unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto.

Noi l'Italia la vediamo realisticamente qual è: non un vivaio di poeti, di santi e di navigatori, ma una mantenuta costosa e scostumata: ma è la sola che riesce a riscaldare il nostro letto e a farci sentire uomini, anche se cornuti.

Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.

Spero che l'Europa tratti Berlusconi con l'indignazione e il disprezzo che merita.

È pericoloso porre in modo sbagliato questioni sostanzialmente giuste.

Berlusconi è il più grande piazzista del mondo. Se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a tutt'Italia.

Il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato.

Ci manca un Berlinguer. In un'intervista gli era perfino scappato di dire che voleva per l'Italia un regime comunista, ma sotto l'ombrello della Nato, che la tenesse al riparo dalle soperchierie del padrone sovietico (continua)

Indro Montanelli

martedì 1 luglio 2008

Indro Montanelli: Un articolo pubblicato 50 anni fa circa sulla Domenica del Corriere

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev. Il frutto delle mie osservazioni sono gli articoli che compaiono sul «Corriere della Sera», e non intendo farne qui un duplicato. Voglio soltanto spiegare ai miei lettori della "Domenica" per quale motivo Israele mi ha fatto tanta impressione da indurmi ad accantonare il programma che mi ero tracciato prima di venirci e su cui avevo anche preso un preciso impegno col giornale. E il motivo è questo: che finalmente in Israele ho visto documentata nei fatti una verità nella quale, sotto sotto, avevo sempre creduto, ma di cui mi mancava la prova: e cioè che non sono i paesi a fare gli uomini, ma gli uomini a fare i paesi. Sicché quando si dice "zona sviluppata", si deve sottintendere uomini e popoli energici e attivi; e quando si dice "zona depressa", si deve sottintendere uomini e popoli depressi. Tutte le altre ragioni della depressione - clima, idrografia, orografia, eccetera - sono soltanto delle comode scuse quando non sono addirittura il frutto dell’incapacità e dell’accidia umane.
I padri del deserto
Israele, finché è stato un paese arabo, cioè fino a una trentina di anni or sono, era esattamente come l’Egitto (senza il Nilo), la Giordania e l’Arabia Saudita, coi quali confina: una landa brulla e assetata, senza un albero, un seguito di colline gialle e pietrose, su cui le capre avevano divorato fin l’ultimo filo d’erba e di cui gl’incontrastati signori erano i corvi e gli sciacalli. Di zone cosiffatte nel paese ce ne sono ancora, intendiamoci, qua e là, a chiazza. Sono quelle in cui gli arabi sono rimasti. Essi hanno l’acqua, ora, perché gli ebrei sono andati a cercarsela nel fiume Giordano e nel lago di Tiberiade. E con un sistema di acquedotti di lì l’hanno portata a irrigare tutto il paese. E hanno anche i trattori, perché il governo glieli dà. E hanno anche l’assistenza dei tecnici, perché lo Stato glieli mette a disposizione. E hanno perfino, tutt’intorno, l’esempio e la lezione pratica di come si fa a trasformare una terra arida e inospitale in un paradiso di agrumeti, di boschi di pini e di cipressi, di orti lussureggianti, di campi di grano e di cotone. Eppure, non ne profittano, o ne profittano poco. I loro villaggi sono rimasti delle cimiciaie spaventose, il loro aratro ancora a chiodo si limita a grattare la superficie della terra senza preoccuparsi di ricrearvi un "humus", la loro accetta taglia spietatamente gli alberi, e le loro capre divorano sul nascere ogni accenno di vegetazione. Essi non sono affatto «i figli del deserto», come vengono chiamati nella retorica di coloro che, dei paesi arabi, conoscono solo «Le mille e una notte». Ne sono i padri. Essi non sono le vittime di un clima inclemente: «sono quelli che lo hanno provocato e aggravato, soprattutto distruggendo i boschi. E se soffrono la sete, bisogna dire che se la sono procurata rinunziando per accidia a regolare le acque, a trattenere in serbatoi la pioggia e a redistribuirla con canali. Finalmente ho capito perché gli arabi odino tanto gli ebrei. Non è la razza. Non è la religione, che li sobilla contro di essi. E’ l’atto di accusa, è la condanna, che gli ebrei rappresentano, agli occhi di tutto il mondo, qui nelle loro stesse terre, contro la loro ignavia, la loro mancanza di buona volontà, d’impegno nel lavoro, di entusiasmo pionieristico, d’intelligenza organizzativa.
Una grande avventura
Perché Israele dimostra ch’è proprio questo che manca alle zone depresse del Medio Oriente. Sono gli uomini che le abitano, non la natura o il buon Dio, che le hanno rese tali. gli ebrei le hanno prese com’erano, cioè come sono gli altri paesi tutt’intorno: con quel sole scottante, con quella mancanza di precipitazioni atmosferiche, con quelle dune di sabbia, con quelle desolate brugheire, con quelle moschee, con quella malaria. E in trent’anni di dura fatica, ogni singolo posponendo il proprio tornaconto individuale all’interesse di tutti, ogni generazione, sacrificando il proprio comodo al bene di quelle successive, della zona depressa palestinese hanno fatto la pianura padana. Oggi questo paese è in piena crisi di sovrapproduzione. Non sa più dove mettere il suo grano, le sue uova, i suoi polli, il suo cotone, i suoi aranci e i suoi pompelmi. La sua produzione di latte è, proporzionalmente, la seconda del mondo, battuta soltanto da quella olandese: il che significa che dalla pietraia ha tratto anche dei meravigliosi pascoli. In trent’anni ha piantato oltre trenta milioni di alberi, e chi si attenta a toccarne uno va in galera. E anche il clima in trent’anni è cambiato, per effetto dei boschi e dell’irrigazione. E’ stata questa meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato, facendo passare in seconda linea il mio interesse (e purtroppo anche quello del giornale) sulla politica mediorientale. Perché essa rispondeva proprio, con fatti clamorosi e incontestabili, alla domanda che mi ero sempre posto: e cioè se siano i paesi a fare gli uomini, o gli uomini a fare i paesi. Amici miei, sono gli uomini a fare i paesi: gli uomini e soltanto gli uomini, la loro volontà, la loro fatica, la loro capacità di credere e di sacrificarsi per ciò che credono. Le zone depresse esistono soltanto lì, nel loro animo rassegnato, nel loro muscoli fiacchi, nel loro indolente cervello, nella rinunzia alla lotta, nella morale del «tira a campà» e del «chi me lo fa fare», insomma nella mancanza di un senso religioso della vita, e quindi nella disposizione a trarne soltanto profitti e godimenti immediati. Ecco, questo mi ha dimostrato Israele. E mi è parso più importante della politica del Nasser, del kasse, e degli Hussein. (Indro Montanelli)