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giovedì 11 giugno 2009

Testo integrale del discorso di Obama al Cairo

«Sono onorato di essere nella città senza tempo del Cairo e di essere ospite di due importanti istituzioni. Per oltre un millennio Al-Azhar è stato un faro per la cultura araba e da più di un secolo l’università del Cairo è stata la fonte dello sviluppo dell’Egitto. Voi, insieme, rappresentate l’armonia tra progresso e tradizione e sono grato della vostra ospitalità, come dell’accoglienza del popolo egiziano. Sono fiero di essere il portavoce della buona volontà del popolo americano e di portare un saluto di pace dalle comunità musulmane del mio paese: assalaamu alaykum. Il nostro incontro si svolge in un momento di tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, una tensione che affonda le proprie radici in ragioni storiche che vanno al di là del dibattito politico attuale. Le relazioni tra l’Islam e l’Occidente sono fatte di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione; in tempi più recenti la tensione è stata alimentata da un colonialismo che negava i diritti e le opportunità di molti musulmani e da una Guerra Fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati spesso trattati come spettatori privi del diritto di parola, senza rispetto per le loro aspirazioni. La modernizzazione e la globalizzazione, inoltre, hanno portato cambiamenti così radicali da spingere molti musulmani a vedere nell’Occidente un’entità ostile alle tradizioni dell’Islam. Queste tensioni sono state sfruttate da violenti estremisti per strumentalizzare un piccolo, ma potente numero di musulmani. Gli attacchi dell’11 settembre e i successivi tentativi di violenza contro la popolazione civile ha indotto alcuni Paesi a vedere nell’Islam un nemico irriducibile non solo per gli Usa e le altre nazioni occidentali, ma addirittura per i diritti umani (continua)

sabato 6 giugno 2009

Dal Cairo a Milano, una distanza incolmabile. Obama combatte i pregiudizi, il capo del governo italiano li suscita

“Io vi prometto di combattere tutti i pregiudizi”, afferma solennemente il Presidente degli Stati Uniti d’America davanti ai giovani che nella sede dell’Università del Cairo lo acclamano. “Ho fatto una passeggiata nel centro di Milano ed ho visto che il 60 per cento delle persone che ho incontrato sono stranieri. Mi è sembrato di essere in Africa. Non è questo che vogliono gli italiani, ne sono sicuro”, afferma nelle stesse ore, senza solennità, ma con lucida determinazione, il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Obama rivela che il suo Paese è una delle più grandi nazioni musulmane e allunga la mano al mondo arabo, creando le condizioni per una pacifica convivenza di etnie, religioni e ideologie nel pianeta; il Presidente del Consiglio italiano scopre che la sua Milano è affollata di stranieri, tutti di pelle scura, tanto da fargli sembrare di trovarsi in una città africana, e si propone di adoperarsi perché le facce di coloro che passeggiano in piazza Duomo siano di colore bianco (continua)

http://www.siciliainformazioni.com/giornale/politica

mercoledì 5 novembre 2008

Il discorso con cui Barack Obama ha celebrato la vittoria a Chicago

Ciao Chicago!
(APPLAUSO) Se ancora c'è qualcuno che dubita che l'America non sia un luogo nel quale nulla è impossibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è tuttora vivo in questa nostra epoca, che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia, questa notte ha avuto le risposte che cercava (continua)

Traduzione di Anna Bissanti (La Repubblica - 5 novembre 2008)

L'America volta pagina

CHICAGO - "Ho sognato così tanto questo momento che quasi mi sembra irreale". Alicia piange e ride, non sa neanche lei cose le stia esattamente accadendo. Sono da poco passate le 22 a Chicago, e sul grande schermo di Grant Park, dopo la suspense di exit poll e proiezioni, cala per un attimo il silenzio. La Cnn annuncia: "Barack Obama President". Il popolo di Grant Park si stringe in un unico urlo. Le famiglie si abbracciano. Gli uomini alzano il pugno in segno di vittoria. Centinaia di bandiere americane sventolano verso il cielo. C'è Les, un pensionato di 68 anni, che non ha dubbi: "Obama mi ricorda Jfk. Ora l'America volta pagina" (continua).

(La Repubblica - 5 novembre 2008)