La notizia è passata sotto il silenzio di tutti i media, da quelli tradizionali a quelli on-line, ma rischia di cambiare importanti equilibri per alcune carriere politiche: i giudici non possono avere tessere o partecipare attivamente alle attività di un partito. La conferma del divieto, contenuto nel decreto legislativo 109 del 2006, viene da una recente sentenza della Corte costituzionale, la n. 224 del 2009. La Suprema corte ne ha, infatti, rigettato il ricorso di legittimità costituzionale avanzato dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. La stessa sezione aveva esercitato un’azione disciplinare nei confronti di Luigi Bobbio, magistrato ed ex senatore di AN nel 2001, presidente provinciale del partito napoletano e oggi capo di gabinetto del Ministro della gioventù Giorgia Meloni in virtù dell’art. 3 co. 1 lettera h del suddetto decreto, per poi impugnarlo davanti alla Corte costituzionale. Un’evidente violazione, secondo i ricorrenti, di una serie di articoli della Costituzione, tra cui in particolare l’art. 49 (Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale) in combinato con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini imposto dall’art. 3. Posizione non condivisa, questa, dalla Corte: nei motivi di diritto apposti alla sentenza, si parla di una posizione peculiare dei giudici che comporta l’imposizione di speciali doveri. Su tutti, il principio di terzietà, imparzialità e indipendenza dell’art. 111 della Carta costituzionale, ritenuto prevalente sulla libertà di associarsi in partiti. Del resto è la stessa Costituzione, all’art. 98, terzo comma, a permettere al legislatore di imporre imitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero (continua)
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giovedì 3 settembre 2009
Magistrati in politica: la Corte costituzionale conferma il divieto
La notizia è passata sotto il silenzio di tutti i media, da quelli tradizionali a quelli on-line, ma rischia di cambiare importanti equilibri per alcune carriere politiche: i giudici non possono avere tessere o partecipare attivamente alle attività di un partito. La conferma del divieto, contenuto nel decreto legislativo 109 del 2006, viene da una recente sentenza della Corte costituzionale, la n. 224 del 2009. La Suprema corte ne ha, infatti, rigettato il ricorso di legittimità costituzionale avanzato dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. La stessa sezione aveva esercitato un’azione disciplinare nei confronti di Luigi Bobbio, magistrato ed ex senatore di AN nel 2001, presidente provinciale del partito napoletano e oggi capo di gabinetto del Ministro della gioventù Giorgia Meloni in virtù dell’art. 3 co. 1 lettera h del suddetto decreto, per poi impugnarlo davanti alla Corte costituzionale. Un’evidente violazione, secondo i ricorrenti, di una serie di articoli della Costituzione, tra cui in particolare l’art. 49 (Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale) in combinato con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini imposto dall’art. 3. Posizione non condivisa, questa, dalla Corte: nei motivi di diritto apposti alla sentenza, si parla di una posizione peculiare dei giudici che comporta l’imposizione di speciali doveri. Su tutti, il principio di terzietà, imparzialità e indipendenza dell’art. 111 della Carta costituzionale, ritenuto prevalente sulla libertà di associarsi in partiti. Del resto è la stessa Costituzione, all’art. 98, terzo comma, a permettere al legislatore di imporre imitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero (continua)
venerdì 21 agosto 2009
«Quando capii che la famiglia Berlusconi aveva bisogno del direttore di un quotidiano di partito, non potei più rimanere»
Un ritorno a casa che ha dell’incredibile, se si pensa ai motivi che lo spinsero all’abbandono del 1998 («Quando capii che la famiglia Berlusconi aveva bisogno del direttore di un quotidiano di partito, non potei più rimanere. Non è un mestiere che so fare»), ma che non sorprende se si guardano le cifre dell’operazione e la necessità che ha la squadra di un fuoriclasse del suo calibro. Non è di calciomercato estivo che parliamo, ma poco ci manca. Il clamoroso ingaggio di Vittorio Feltri nuovamente alla direzione de Il Giornale di Paolo Berlusconi ha il fragore di un faraonico acquisto da Real Madrid, più che di un’operazione da mercato editoriale. L’ormai ex direttore di Libero ha ricevuto, infatti, un’irrinunciabile offerta di 12 milioni di euro per rescindere il contratto con la famiglia Angelucci (editori di Libero) e di 3 milioni di euro l’anno come stipendio che lo proiettano al primo posto tra i direttori italiani (nel 2007 il record-man era Paolo Mieli con 1,5 milioni) e presumibilmente d’Europa (Le Monde, 150mila; Libération, 100mila; Nouvel Observateur, meno di 100mila; tutti i giornali britannici, meno di 250mila). Le capacità editoriali di Feltri, aldilà del giudizio personale dei suoi contenuti, sono note da oltre 15 anni e la sua stella nel firmamento dell’intellighenzia della destra italiana brilla di continuo («Di Feltri si può dire tutto, ma il prodotto lo sa vendere come pochi» M. Travaglio). Il crollo delle vendite de Il Giornale, pur in un periodo di fisiologico calo per i quotidiani (continua)
Gianvito Rutigliano (Diritto di critica – 6 agosto 2009)
Gianvito Rutigliano (Diritto di critica – 6 agosto 2009)
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